La convocazione per la riunione nazionale è:
Domenica 27 settembre, h. 9.30, presso il dopolavoro ferroviario "A. Pettinelli", sottovia Stazione Termini di Roma (scendere la scala in fondo al binario 23)
di Stefano G. Azzarà e Andrea Fioretti, garanti coord. naz. Comunisti Uniti
Partiamo da una constatazione. L’esito negativo della lista unitaria alle ultime elezioni europee, con il mancato superamento della soglia di sbarramento, è stato accompagnato da un esito disastroso alle amministrative, nelle quali PRC e PdCI si sono presentati in maniera poco chiara e spesso eccessivamente diversificata sul piano locale nelle alleanze e nelle linee politiche. Certamente il declino dei consensi verso questi due partiti non comincia nel 2009 e nemmeno nel 2008. Pur evitando le generalizzazioni, tuttavia, va rilevato come i pessimi risultati alle amministrative siano ancor più drammatici laddove PRC e PdCI si sono presentati in alleanza con il PD.
E’ un caso che ciò sia avvenuto? Non ci sembra. Confermando - per debolezza o per assuefazione alla mentalità governista - la strada della subalternità al Centrosinistra, PRC e PdCI hanno rinunciato a fornire alle classi lavoratrici un’alternativa netta e credibile. Hanno rinunciato cioè ad opporsi con coerenza a quelle politiche neo-moderate e liberiste di governo locale (esternalizzazioni, privatizzazioni dei servizi pubblici locali, costituzioni di SPA con conseguenti aumenti tariffari…), spesso colluse col malaffare, che sono oggi condivise da entrambi i poli dello spettro politico nazionale e il cui fiancheggiamento è incompatibile con la pretesa di rappresentare il conflitto politico-sociale. Come era prevedibile, questa scelta ha reso indistinguibile la voce dei comunisti, già di per sé oggetto di una sistematica cancellazione da parte del circuito industriale dei media, ed è stata punita. L’attrazione esercitata sulla classe operaia del Nord e del Centro-Nord da un soggetto come la Lega, che pur con la sua linea politica reazionaria tende spesso a svolgere con grande autonomia il ruolo di sindacato corporativo territoriale e che intercetta e distorce le istanze dei lavoratori, conferma in negativo quanto sia cruciale la crisi del rapporto tra i comunisti e i loro ceti di riferimento. Non va poi sottovalutata la grande delusione che questi partiti hanno suscitato in quelle larghe masse che si erano mobilitate negli anni precedenti sui temi dell’antimperialismo, della NATO, della lotta contro la guerra, della difesa della Palestina, dato che il loro comportamento parlamentare è stato in forte contraddizione con quanto sostenuto nel corso delle mobilitazioni di piazza.
Dopo la tornata elettorale, PRC e PdCI rimangono le due forze comuniste più consistenti in Italia ma con il loro 3,3% sono oggi, purtroppo, due soggetti politici ridotti ad un ruolo largamente marginale e privi di qualunque influenza significativa. Sarebbe controproducente chiudere gli occhi di fronte alla realtà, nel momento in cui si cerca di capirla: basta questa constatazione per prendere atto della drammaticità della fase in corso e delle difficoltà che abbiamo davanti, in una situazione che probabilmente peggiorerà ancora nel prossimo futuro.
Non è il caso, qui, di chiamare in causa gli imponenti spostamenti strutturali nei rapporti di forza tra le classi e su scala internazionale avvenuti negli ultimi decenni, in connessione con le rotture storiche e geopolitiche intervenute, né le conseguenze in termini di egemonia e di trasformazione della mentalità sociale che ad essi si sono accompagnati. Riteniamo tuttavia che in questo contesto politico, che non è di facile analisi perché è legato ad una crisi profonda e di lunga durata sia dei due partiti comunisti che più in generale del movimento comunista nel nostro Paese, trovi conferma la necessità di rilanciare in tempi ragionevoli il percorso nazionale dei Comunisti Uniti. La necessità, cioè, di costruire una piattaforma trasversale che possa essere condivisa da chi milita nel PRC o nel PdCI come da chi è oggi fuori da appartenenze di partito. Una piattaforma che non si presenta come l’ennesima organizzazione separata, né pretende di prefigurare qualcosa che non c’è, ma che, a partire dalla ricostruzione di un minimo di cultura politica condivisa e da alcuni punti fermi di linea politica e di intervento sindacale, tenga ferma l’esigenza dell’unità e dell’autonomia dei comunisti. Una piattaforma, infine, che mantenga il senso della realtà e abbia dunque consapevolezza dei rapporti di forza e della difficoltà della situazione oggettiva ma che offra un’alternativa al riflusso nel privato (o nella dimensione meramente territoriale) ai tanti compagni che, dopo l’ennesima sconfitta e il profilarsi di un declino che a molti appare inesorabile, stentano a trovare ulteriori motivazioni per il loro agire politico.
Se consentirà ai comunisti di interloquire in maniera più credibile con i bisogni delle classi lavoratrici e con i conflitti sociali, essa li aiuterà anche ad affrontare in condizioni più dignitose una fase di resistenza di lungo periodo che si annuncia drammatica e che può essere foriera di ulteriori frammentazioni non solo sul piano organizzativo ma, cosa ancora più grave, su quello della cultura politica.
Veniamo alle vicende politiche più recenti. L’ennesima sconfitta elettorale ha oggettivamente ridimensionato le aspettative di chi riteneva che la catastrofe dell’Arcobaleno fosse un incidente di percorso e pensava che la semplice alleanza elettorale di PRC e PdCI, a prescindere dalla linea politica scelta, bastasse a sanare la rottura intervenuta con le elezioni politiche del 2008. Il percorso dell’unità dei comunisti, probabilmente, è stato perseguito in maniera non sempre determinata, coerente e lineare dai diversi attori in gioco. Inoltre, esso aveva assunto in corso d’opera, dopo la grande spinta iniziale dell’appello del 17 aprile 2008, forme di per sé limitate e parziali: si era rivolto de facto solo ai due partiti maggiori, marginalizzando molti compagni fuori dai partiti, e non era riuscito a trovare il giusto equilibrio tra l’inevitabile direzione dall’alto e quella spinta dal basso che sembrava poter coinvolgere e rimotivare molti militanti. Dettata in parte anche dalle debolezze organizzative e dal poco tempo a disposizione per la maturazione di questo processo, è stata una scelta miope, perché è stata persa l’occasione per una rivitalizzazione e per un rafforzamento dei partiti stessi e per una riattivazione dei circuiti della loro democrazia interna. In ogni caso, il risultato elettorale è stato dirimente: nessuno è contento di quanto è avvenuto ma bisogna riconoscere che questo progetto, nelle forme che aveva assunto, è stato battuto.
Appare consolatoria la constatazione secondo la quale “non si abbandona un progetto giusto solo perché manca lo 0,6%” o quel che sia: se il consenso è mancato, ciò è dovuto a molte ragioni ma è dovuto in gran parte anche al fatto che esso non è stato in grado di esprimere una linea politica convincente. Non ha senso, allora, reiterare anche dopo la sconfitta il tema dell’unità dei due partiti senza chiedersi a che cosa questa unità serva e di quali contenuti debba essere riempita: se viene espressa in maniera meramente formalistica, la questione dell’unità dei comunisti si tramuta infatti in un feticcio, in una fragile entità metafisica, depotenziando persino gli stessi indubbi vantaggi organizzativi che essa comporterebbe.
E’ un fatto, poi, che l’esito elettorale negativo abbia ridato fiato a ipotesi riaggregative diverse da quelle dell’unità comunista, ipotesi che nascono soprattutto all’interno della maggioranza del PRC e i cui contorni sono ancora ambigui e indefiniti. Non è possibile ancora capire, ad esempio, se i nascenti poli o le federazioni, come quella della sinistra alternativa, si rivolgano solo ai due partiti comunisti e a movimenti e formazioni minori o se tenderanno a riassorbire anche quella parte ex-bertinottiana di Rifondazione che aveva seguito Vendola in Sinistra e Libertà. Né si può capire se avranno un profilo chiaramente anticapitalistico, costruendo una cornice che non esclude un percorso parallelo di riunificazione comunista, o saranno rassemblement genericamente di sinistra. Se la “Federazione della sinistra di alternativa” (nome forse un po’ pomposo per una forza attorno al 3%) fosse sostanzialmente un tavolo per l’unità di azione, aperto a tutti i soggetti politici e sociali, per costruire una piattaforma anticapitalistica di resistenza contro la crisi e contro Confindustria, nonché di lotta contro le politiche del governo Berlusconi di attacco ai diritti delle classi subalterne, è evidente che i comunisti non potrebbero essere pregiudizialmente contrari. I segnali in tal senso non sono però incoraggianti e l’ingresso degli ex-vendoliani segreteria nazionale del PRC, con il rovesciamento della maggioranza che da Chianciano ad oggi aveva sorretto Ferrero, allude ad una direzione ben diversa.
In ogni caso, la controprova sarà presto a disposizione di tutti. Per essere credibile, una piattaforma anticapitalistica coerente dovrebbe innanzitutto essere stabilmente alternativa e antagonista sia al modello neoliberista temperato del PD che a quello reazionario e “di comando” del PdL. Inoltre, senza un’anima di classe e comunista strategicamente unita e forte, una tale piattaforma non andrebbe lontano e soprattutto non produrrebbe un livello di iniziativa efficace per ricostruire un minimo di coscienza di classe nel paese, rimanendo ostaggio delle proprie differenze interne da un lato, della subalternità al governismo dall’altro. Vedremo sin dai prossimi mesi cosa accadrà nella e della “Federazione”, visto che le prossime elezioni regionali si terranno probabilmente nel marzo 2010 e che già adesso sono in corso le prime trattative tra le forze politiche. In ogni caso, sembra ormai assodato che la questione dell’unità dei comunisti sia stata derubricata a questione secondaria e successiva al consolidamento di questo nuovo polo di sinistra. Nel momento in cui il percorso di ricostruzione di un Partito comunista viene abbandonato, però, temiamo che sia molto probabile che si torni a ripiegare sulla costituzione di poli elettorali magari instabili nella loro composizione ma sempre stabilmente satelliti del PD.
Se l’unità comunista non è di per sé garanzia di autonomia, la rinuncia all’unità comunista in nome di un fronte generico di sinistra unita, a sua volta propenso a costruire un più vasto “fronte di liberazione nazionale” contro il berlusconismo, è tuttavia certezza di subalternità. Un ritorno all’unità senza contenuti – l’unico schema di gioco reiterato a sinistra negli ultimi 20 anni - è infatti una tentazione ed una scorciatoia pericolosa, foriera di una stabilizzazione della crisi in chiave moderata e neo-governista e di un suo contenimento sul piano del conflitto sociale.
Dopo il 2008, sia nel PRC che nel PdCI era stata avviata una riflessione molto interessante sulle ragioni della crisi del movimento comunista. Non a caso, nei principali documenti congressuali di questi due partiti l’esperienza del governo Prodi era stata individuata come una delle ragioni principali della sconfitta elettorale e della disaffezione dei militanti. Di quelle riflessioni oggi non c’è più traccia e tutta l’autocritica di quei mesi è stata riassorbita. In realtà si trattava di constatazioni di buon senso: in tutta Europa, laddove i comunisti sono visti come “ruota di scorta” della politiche governiste e social-liberiste – e persino, per quanto riguarda la politica estera, come fiancheggiatori di avventure neocoloniali - si segna il passo. I settori sociali colpiti dalla crisi non vedono infatti nei comunisti degli interlocutori credibili per la difesa dei propri interessi. Laddove, al contrario, i comunisti hanno saputo interpretare meglio questa esigenza e si sono messi in sintonia con un certo “radicalismo di classe” si è assistito ad una tenuta e anche ad un aumento relativo dei consensi. E questo perché le classi popolari hanno percepito la potenzialità di un ruolo “altro” e non subalterno dei comunisti anche nelle società avanzate, quelle società cioè nelle quali il superamento dei bisogni primari e le relative capacità di redistribuzione del capitale, assieme alla salda egemonia della borghesia, sembrano marginalizzare strutturalmente la loro capacità di incidere.
E’ vero che più i partiti comunisti hanno agito in paesi sviluppati e/o imperialisti e/o sub-imperiali e più hanno dimostrato difficoltà a tenersi sganciati dalla condizione subalterna di stampella delle socialdemocrazie o dei riformismi di governo. Ma proprio questo ha contribuito a minare la loro identità ed il loro ruolo di antagonisti del capitalismo come sistema di sfruttamento economico e sociale, nonché, agli occhi di vasti settori di classe, la loro stessa utilità politica e sociale. Non è un caso, lo ribadiamo, che dopo il crollo del governo Prodi (la seconda opportunità che settori di massa avevano concesso ai “comunisti di governo”) vi sia stato il tracollo dell’Arcobaleno e la delusione della lista unitaria comunista ed anticapitalista alle recenti europee ed amministrative.
Il fatto è che, come se non fossero sufficienti le difficoltà oggettive dovute alla sconfitta di sistema e ai nuovi rapporti di forza, la “connessione sentimentale” dei comunisti con il proprio referente di classe è stata gravemente compromessa e da lì bisogna dunque ricominciare. Qualsiasi altra strada, dettata dalla debolezza o dalla volontà di mera sopravvivenza, porterebbe al suo contrario: la marginalità perpetua o l’estinzione di quelle stesse organizzazioni politiche che tentano oggi disperatamente e in maniera scomposta di tenersi a galla.
D’altronde, la crisi dei modelli politici di Welfare dopo il brusco spostamento dei rapporti di forza politico-sociali successivi agli anni Settanta e poi alla dissoluzione del campo socialista ha avuto conseguenze enormi e non è senza collegamenti con il tracollo, in tutt’Europa, anche delle maggiori formazioni socialdemocratiche o ex-socialdemocratiche. Persino nel pieno di una profonda crisi strutturale di sovrapproduzione (e quindi di sistema) questi schieramenti non rappresentano una soluzione credibile, né per il padronato né, ovviamente, per le classi subalterne. La loro inadeguatezza teorica e politica, anzi, li fa sembrare velleitari e immobili, favorendo il dispiegarsi di un clima populista e individualista proprio dentro i settori colpiti dalla crisi, settori che si orientano così sempre più a destra. In più, questi partiti pagano un sostegno acritico alle politiche cosiddette neo-liberiste in una fase che, tra crisi produttiva e finanziaria, alimenta preoccupazioni persino in settori rilevanti del padronato e della piccola e media borghesia, polarizzati per interesse, in questo momento, verso una più conveniente retorica “protezionista” che punta sul recupero di un ruolo di comando dello Stato (avallata da certe formazioni politiche della destra istituzionale e iper-conservatrice).
Anche in questo caso, il discorso sarebbe lungo e, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, particolarmente complesso: paradossalmente, il PCI-PDS-DS e la CGIL si sono trovati a gestire lo smantellamento del Welfare, in un’ottica di riduzione del danno prima e di sempre maggior condivisione poi, proprio nel momento in cui avveniva la sconfitta storica delle loro classi sociali di riferimento. E’ un fatto, però, che per queste formazioni politiche di centro-sinistra - per le quali oggi anche il nome di socialdemocrazia è inadeguato -, un ruolo centrale dentro questo sistema è ancora possibile solo nella dimensione di un loro ulteriore spostamento “a destra”. E’ una cosa che il PD nel nostro paese ha già compreso e iniziato a perseguire da tempo, attraverso una fusione strategica che attorno al nocciolo degli ex-DS (che oltretutto tendono a “tenere a briglia” anche la CGIL, nella riproposizione infinita della concertazione a perdere come altra faccia del governismo) ha raccolto dai cattolici moderati ai liberaldemocratici fino agli ultras-teodem. In questo senso, l’esito dell’imminente congresso del PD ha una rilevanza soltanto parziale. Il dalemiano Bersani - al quale l’intera sinistra radicale sembra guardare come al salvatore della patria pronto a imbarcare nuovamente tutti nel gioco di una nuova grande alleanza democratica anti-berlusconiana - ha infatti ben chiara l’esigenza di costruire un asse strategico con i neocentristi. Bersani si prepara pertanto a riproporre lo schema dell’Unione di Prodi, portando i comunisti su un terreno politico che nel frattempo si è spostato ancora più a destra e nel quale l’UDC dovrebbe svolgere il ruolo dell’ex Margherita. Non è affatto detto che le cose vadano così, visto che non sembra esserci qui alcuna convenienza strategica per i centristi, soprattutto in vista di una prevedibile scomposizione del centrodestra dopo il passaggio di mano di Berlusconi. E’ un fatto, però, che le ipotesi “frontiste” più ottimistiche vorrebbero ripetere le esperienze del recente passato, come in una sorta di pulsione coattiva a cadere sempre nello stesso errore, preparandoci la poco digeribile prospettiva di un governo di “centro-sinistra” guidato da Pierferdinando Casini!
Si capisce che in questo momento di esplosione delle paure della crisi e in assenza di ogni alternativa credibile il clima favorevole al berlusconismo si diffonda in profondità negli stessi strati popolari. Ma non è solo l’elemento plebiscitario e personalistico del sovversivismo delle classi dirigenti a rafforzarsi, favorito dal controllo monopolistico del sistema industriale dei media: è in atto una reazione montante che va molto al di là del berlusconismo stesso e dell’Italia (basta leggere i dati in tutta la UE). Una reazione che ha a che fare con la crisi dei sistemi di Welfare e con fenomeni strutturali epocali come le grandi migrazioni di forza-lavoro (strettamente connesse, a loro volta, con il rilancio del neocolonialismo economico e militare) e che nel nostro paese è stata favorita proprio dalle fallimentari politiche dei governi Prodi-D’Alema-Prodi. Nati, lo riconosciamo, con notevoli speranze anche da parte dei ceti popolari, questi governi hanno completamente deluso le aspettative del lavoro dipendente, sulle cui spalle grava per intero il peso dell’economia nazionale, e ne hanno semmai aggravato la condizione di subalternità, precarizzazione e sofferenza sociale. Questa è la ragione più immediata e contingente della nostra crisi: PRC e PdCI sono stati riconosciuti dalle masse come collusi e, paradossalmente, quasi come i principali responsabili del disagio sociale. E lo sono stati probabilmente proprio perché, al fine di ricavarsi un ruolo in coalizioni necessariamente antipopolari, in coalizioni il cui compito era quello di gestire “da sinistra” e in maniera “morbida” lo smantellamento del Welfare, si sono dovuti presentare come la “clausola di salvaguardia” per i lavoratori ed i giovani precari.
E’ anche per questi motivi, al di là del contesto generale legato ai rapporti di forza e alle trasformazioni strutturali, che - non solo in Italia ma nel nostro paese in modo particolare - ci troviamo in un contesto di estrema debolezza e di scarsissima credibilità elettorale ma soprattutto sociale dei comunisti (e non ci riferiamo ai soli due partiti maggiori). E questo accade proprio nel momento in cui la maggiore forza della crisi conferma molte delle analisi sugli esiti della flessibilizzazione del lavoro e sul venir meno dell’intervento statale condotte negli anni precedenti e stimola le condizioni per lotte e mobilitazioni resistenziali sparse un po’ ovunque. Lotte e mobilitazioni che rimangono però scollegate tra loro e prive di qualunque prospettiva politica, mentre l’avanzare della recessione, con le sue conseguenze in termini di mobilità, cassa integrazione e precarizzazione alimenta nelle classi lavoratrici paure e sentimenti regressivi di preservazione del particolare.
Non c’è dubbio: la crisi nata dalle politiche antipopolari degli ultimi decenni favorisce oggi proprio l’egemonia reazionaria e alimenta una vera e propria “vandea” padronale su temi come i licenziamenti, le ristrutturazioni aziendali, l’attacco al salario, allo sciopero, ai diritti, ecc. Mentre il conflitto sociale non si esercita dal basso verso l’alto ma viene deviato all’interno della classe lavoratrice stessa e tende a prendere le forme di un conflitto orizzontale tra precari individualizzati, oltre che quelle, ancora più pericolose, della lotta di razze contro i migranti che occupano i segmenti inferiori del mercato del lavoro. Anche a “sinistra”, gli spazi che sono stati occupati da opzioni populiste come quelle rappresentate da Di Pietro dovrebbero costringere i comunisti a riflettere profondamente non solo sull’opportunità di fare alleanze purché sia ma soprattutto sulla necessità immediata di riprendere un ruolo nel conflitto e nella società, considerando le ricadute in termini di consenso e di spazi istituzionali solo come conseguenze di questo lavoro politico-sociale.
Con una crisi produttiva che sta diventando sempre più aggressiva e che moltiplica tensioni sociali prive di sbocchi costruttivi, con i comunisti ridotti a un ruolo testimoniale e impantanati nel loro moderatismo e nella loro subalternità (e ci sarebbe qui molto da discutere su come la crisi della democrazia moderna si sia riversata dentro gli stessi partiti, alterando profondamente i processi di controllo, selezione e ricambio dei gruppi dirigenti), il rischio è che, per parafrasare Gramsci, ci troveremo presto di fronte a una situazione in cui il vecchio mondo è scomparso ma del nuovo... nemmeno l’ombra!
Per non ripetere gli errori del passato bisognerebbe invece approfittare della difficoltosa e contraddittoria ripresa di un minimo di opposizione e di lotta sociale contro le politiche reazionarie di Berlusconi e di Confindustria per provare a costruire una piattaforma anticapitalista - un programma minimo di classe, per usare un linguaggio demodé - che sappia rappresentare in maniera sufficientemente stabile, in questa fase presumibilmente non breve, gli interessi delle classi lavoratrici, riconnettendo il ruolo di “utilità” dei comunisti alla difesa di quegli stessi interessi. Organizzando gli spezzoni disponibili attorno a questa idea, sarebbe più facile attraversare tutte le confuse e altalenanti proposte ricompositive oggi in campo senza essere subalterni a nessuna di esse.
Le occasioni ci sono già state nell’autunno scorso e si stanno già ripresentando ora, visto che gli effetti della crisi previsti, lungi dal rientrare come vorrebbe la retorica di regime, sono devastanti in termini di licenziamenti di massa, precarietà e cassa integrazione. A tal fine, tuttavia, non è sufficiente una semplice unità elettorale o che si svolga solo nei gruppi dirigenti dei partiti comunisti o di sinistra attualmente esistenti. Nessuno mette in discussione il ruolo di questi partiti: per sanare la rottura intervenuta con l’esperienza del governo Prodi sia nei ceti sociali di riferimento che tra gli stessi militanti, bisognerebbe però restituire maggiore protagonismo e capacità di intervento democratico alle lavoratrici ed ai lavoratori ed ai movimenti di lotta - un’opzione che proprio gli stessi partiti comunisti esistenti, se guardassero più lontano, dovrebbero vivere non come un pericolo per le loro ormai scarse rendite di posizione ma come un’occasione di rigenerazione e rafforzamento. I comunisti devono essere in prima fila nel perseguimento di questo obiettivo e non solo accodarsi solidaristicamente alle mobilitazioni altrui. Attorno a questi interessi, più che a nuovi poli elettorali di sinistra, bisognerebbe promuovere un vasto movimento anticapitalista, aprendo anche alla propria sinistra (diaspora comunista, movimenti, sindacalismo conflittuale e di classe) l’unità d’azione nelle battaglie politiche e sociali. Questo non vuol dire, ovviamente, rinunciare a proporsi di aggregare in maniera larga, su grandi battaglie sociali e civili, anche quei settori ai quali contendere l’egemonia sul variegato “popolo della sinistra”: anche su questo terreno i comunisti dovrebbero sapersi proporre al centro dell’azione, nel conflitto e nelle più importanti battaglie di “difesa democratica”.
Non è certo riproponendo una “santa alleanza contro gli sbarramenti” alla propria destra, con fuoriusciti da PRC e da PdCI, verdi, socialisti e i vari satelliti del PD che si esce da questo pantano. Questo è semmai esattamente il punto da cui ci siamo entrati.
Nel contesto citato di egemonia reazionaria nella crisi e, quindi, di scarsissima coscienza di classe nel moderno proletariato, bisognerebbe piuttosto ripartire dall’accumulazione dei rapporti di forza nella classe e tra le classi. Ripartire cioè dalla costruzione di un nuovo blocco sociale di riferimento, attraverso una piattaforma, un programma minimo di classe dicevamo, che assuma e riconnetta le differenti battaglie dei movimenti di opposizione agli effetti della crisi capitalistica in un progetto che sia una sorta di moderno fronte unico anticapitalista. Le lotte ci sono, seppur deboli e discontinue, ma esse non dialogano in una piattaforma organica che ne rafforzi le prospettive immediate e che costituisca, per i comunisti, un laboratorio di accumulazione dal quale ripartire per ricostruire la loro “connessione sentimentale” coi settori della classe (lavoratori italiani e immigrati, movimenti per l’ambiente e contro la guerra, studenti e lotta per la casa e contro la precarietà, ecc…). E’ per questo che al centro del nostro dibattito deve tornare la questione sindacale, questione che negli ultimi anni i comunisti hanno affrontato in maniera parziale, perdendo ogni insediamento sociale ed ogni prospettiva di radicamento reale nella classe. Il tema del coordinamento e dell’azione dei comunisti nei diversi sindacati, dell’analisi della composizione di classe, della battaglia contro la concertazione sindacale, sono temi che non possono passare in secondo piano e che devono essere affrontati sia da un punto di vista teorico che organizzativo.
La riunificazione dei comunisti e la riconquista della loro internità nella classe – di una classe, ovviamente, che è oggi molto più complessa e articolata che in passato -, o è collegata alla ripresa del conflitto sociale o non è. O si basa su un programma minimo di classe, su un’indipendenza ideologico-culturale e su una soggettività comunista che riconnetta, anche a livello di sentimento di massa, le idee e le prospettive del socialismo e del comunismo nel XXI Secolo, oppure verrà spazzata via dalla ripetizione autistica degli errori di un passato in cui il ruolo subalterno dei comunisti è stato fin troppo palese (nel loro governiamo, che li ha portati persino ad appoggiare le “guerre umanitarie”, ma già prima – pensiamo al bertinottismo - nell’autolesionistica liquidazione del patrimonio storico del movimento comunista).
Sono questi i problemi che ci spingono a cercare un rilancio, in piena autonomia, del progetto unitario dei COMUNISTI UNITI. Vogliamo stimolare una discussione pubblica e dar vita ad un’azione che si svolga “dentro e fuori” le attuali aree e partiti esistenti, senza andare contro nessuno ma anche senza settarismi ed opportunismi, per riaffermare il percorso dell’unità comunista e per riportare nel cuore di questo percorso il tema della centralità del conflitto rispetto alla sua mera (e in questo momento persino presunta) rappresentazione istituzionale. Per questo, abbiamo bisogno della condivisione di un documento di fase aggiornato e di strutturare un dibattito politico e teorico che riconosca il contributo delle diverse aree politiche e non le metta in discussione ma che si mantenga in autonomia dalle loro strategie più immediate, per dare più forza e motivazione a quei compagni e a quelle compagne che, pur volendo mantenere le loro differenti collocazioni di area o di partito, si riconoscono in questa necessità.
Proponiamo pertanto una ripresa del dibattito dai punti di convergenza raggiunti nella riunione nazionale di febbraio e accantonati nel periodo elettorale.
C’è bisogno di un appuntamento nazionale immediato, per mappare subito le vecchie e nuove disponibilità nelle liste di firmatari di Comunisti Uniti in vista di questo rilancio pubblico su poche ma chiare basi: unità dei comunisti ovunque collocati, alternatività al PD (dalemiano o meno), centralità dell’analisi e dell’azione nel conflitto di classe e nei movimenti, ruolo di strutture territoriali unitarie e non di “stock options” di questo o quel gruppo dirigente.
Dentro i due partiti, il nodo su cui fare battaglia politica è la rottura col governismo (autonomia); fuori è la costruzione di momenti unitari di mobilitazione (unità).
Per sostanziare una battaglia politica di fase bisognerà individuare alcune campagne di lancio su questioni teoriche e culturali: “ruolo dei comunisti nella fase attuale”, “antimperialismo”, “questione della UE”, “la composizione di classe oggi”, “i comunisti e le elezioni”, “i comunisti e la questione sindacale”; questioni sociali, come la già proposta “conferenza dei lavoratori comunisti”, “forme di coordinamento dei comunisti nei movimenti”; e con alcune battaglie politiche significative in cui coinvolgere un ampio fronte sociale, progressista e democratico: “scala mobile (salario)”, “precarietà”, “sicurezza sul lavoro” e “nucleare”, “scuola e saperi pubblici”.
Dalla calendarizzazione di una o due di queste proposte e dal rilancio del ruolo autonomo dei comitati locali dei Comunisti Uniti occorre secondo noi ripartire e su queste basi ci mettiamo a disposizione per un confronto il più ampio possibile, che andrà affrontato in una riunione ad hoc entro e non oltre la seconda metà di settembre, pena arrivare nuovamente in ritardo nel dibattito politico e accodarci al carro dei tempi decisi altrove.
I primi immediati obiettivi di questa riunione nazionale potrebbero essere:
1. Un aggiornamento dell’appello del 17 aprile 2008, con un breve testo condiviso sulla fase attuale alla luce delle questioni oggi sul piatto: crisi e attacco padronale, egemonia reazionaria e berlusconismo, autonomia dei comunisti e rottura con il governismo (sia nazionale che locale), proposte politiche in campo (federazione della sinistra e unità dei comunisti), ruolo di CU e dei comitati locali come “case comuni” dentro questo contesto.
2. Preparazione della “conferenza nazionale dei lavoratori comunisti” approvata alla riunione nazionale di CU del febbraio scorso, con l’obiettivo di sviluppare un ragionamento su: composizione di classe e questione sindacale oggi, mappatura presenza dei comunisti in settori produttivi e componenti sindacali, forme di coordinamento e iniziativa sindacale.
3. Proposte di costruzione di una rete di collaborazioni editoriali e iniziative di pubblicazione comuni, al fine anche di fornire strumenti di divulgazione efficaci e elementi per la formazione dei quadri attuali e futuri.
Sarebbe opportuno che, per iniziare, ciascun compagno, circolo di Partito o collettivo di lavoro mettesse a disposizione del confronto le iniziative su questi terreni che ciascuno autonomamente sta già mettendo in cantiere.Alcuni nostri compagni delegati del sindacalismo di base e delle componenti anticoncertative della CGIL, ad esempio, stanno sviluppando una riflessione comune sulla battaglia per il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici. E’ un passaggio che ha una duplice importanza per i comunisti oggi: da un lato, perché tale scontro fornirà obiettivamente elementi alla capacità complessiva della classe di opporsi alla controriforma/cancellazione del CCNL e del diritto di sciopero (elementi-chiave dell’attuale attacco di Governo e Confindustria con l’avallo di CISL-UIL-UGL); dall’altro, perché mobiliterà settori importanti della classe operaia moderna e intersecherà, giocoforza, i temi e gli effetti della crisi. E’ un’occasione importante per fare di una battaglia la battaglia di tutti ed è un’opportunità per sviluppare un lavoro legato ad ognuno dei tre punti proposti sopra (analisi della crisi e dell’attacco padronale; coordinamento tra lavoratori comunisti su obiettivi comuni al di là della collocazione sindacale; pubblicazione del dibattito sulle analisi e le proposte che si ragioneranno insieme).